Asbjorn Aarnes. Foto: Truls Lie
ASBJÖRN AARNES / MODERN TIMES presenta qui un estratto del saggio Et lite Portrait di Asbjørn Aarnes tratto dal libro sopra citato.




(QUESTO ARTICOLO È TRADOTTO DA Google dal norvegese)

È quasi con mano tremante che scrivo queste righe Asbjorn Aarnes, non solo perché è stato l'evento più decisivo della mia vita di giovane, ma anche perché Asbjørn Aarnes è per me in un certo senso "invisibile", come lui stesso diceva a proposito del fenomeno poetico attorno al quale ruotava tutta la sua vita.

Tuttavia, lo stesso Asbjørn ha sottolineato che è della massima importanza poter parlare dell'"invisibile" o dell'"indicibile", purché non si cerchi di esprimerlo magistralmente e di trattenerlo saldamente in presa, ma si circondi invece intorno a lui, gli si avvicina con un linguaggio che nel suo parlare cerca di tenerlo avanti con cura più di quanto l'intelletto cerchi di trattenerlo saldamente.

Asbjørn Aarnes era, come lui stesso spesso esprimeva, incompiuto, lungo il cammino "debolmente incarnato", come lui stesso poteva dire – e c'erano sempre segni da interpretare, cose ed eventi che potevano dirgli qualcosa, e dietro l'angolo c'era forse una persona che non aveva mai incontrato prima, ma che forse gli avrebbe cambiato la vita e forse gli avrebbe fatto vedere qualcosa che non aveva mai visto prima. Lungo il cammino aveva infatti raccolto alcune esperienze e intuizioni decisive, e queste erano per lui in un certo senso assolute – avevano una chiara evidenza, anche se, paradossalmente, non erano né ovvie né evidenti in senso cartesiano – ma allo stesso tempo Un tempo queste esperienze e le intuizioni non sono proprietà della coscienza sovrana, ma legate a diverse forme di atto d'accusa, che parlavano ad un organo diverso da quello della cognizione.

Esperienze di riferimento

La prima di queste esperienze determinanti è stata il fascino dell'invisibile nella poesia. La poesia parla da sola, amava dire, e non è creata con le idee, ma con le parole, parole che si uniscono per cantare e che in questo canto di parole significano, senza che si comprenda appieno perché significano o cosa significano.

Un'altra esperienza decisiva per Asbjørn è stato l'incontro con l'opera di Franz Kafka. Per Asbjørn, il mondo di Kafka era un mondo di inquietudine metafisica, dove non si è padroni della propria vita, e dove la preparazione e la preparazione sono impotenti contro gli imprevisti che intervengono nella vita. Era un mondo dove sono richieste risposte, ma dove non si arriva a conoscere la domanda, dove vengono dati segnali e suggerimenti ma nessun manuale per interpretarli, dove viene dato un obiettivo ma non una via. Asbjørn però non era estraneo al disagio metafisico di Kafka, lo conosceva in una certa misura lui stesso, ma forse senza rendersene conto, allo stesso tempo già intuiva la risposta della pace a questo disagio, e questa risposta sarebbe diventata una nuova sorpresa di riconoscimento nell'incontro decisivo con l'opera di Emmanuel Levinas.

Quando Asbjørn si affidò alla filosofia di Levinas in tarda età, per lui fu niente di meno che un'epifania. Proprio come l'incontro con Kafka, l'opera di Levinas è stata un evento che lo ha colto di sorpresa e lo ha colpito nel cuore, un'esperienza che non poteva prevedere, ma che tuttavia ha offerto un riconoscimento che tuttavia ha sorpreso. Levinas ha parlato del volto dell'Altro che mi implora, che mi frena nel mio sforzo di essere, mi tira fuori da me stesso e mi responsabilizza. Sul volto è scritta una richiesta etica, un comando di non uccidere, ma questa richiesta non è un messaggio ad una ragione che possa accogliere la richiesta in discussione e valutazione, ma una vulnerabilità così vulnerabile e così debole da esigere, e che – non con potenza, ma impotente – irrompe nell'io e disturba l'autocompiacimento, e fa tornare sobri l'io ebbro di piacere personale. L'io non è più al nominativo, non occupa più il primo posto, ma è all'accusativo, caricato dall'Altro, sobrio di una responsabilità infinita per il quasi che non è scelta, ma selezione. Con Levinas, così come con Kafka, non è possibile chiudersi in se stessi e trincerarsi in un'interiorità autosufficiente di autocoscienza.

Con Lévinas si reclama una responsabilità nei confronti dell'Altro che, di fronte all'accusa, mi dice chi sono e perché sono al mondo.

Anche in Levinas il sé è esposto ad annunci provenienti da altrove che chiamano e invocano. Ma laddove nel mondo di Kafka si chiede una risposta senza sapere il perché, in Levinas si chiede una responsabilità per l'Altro che, nell'atto d'accusa del volto, mi dice chi sono e perché sono. nel mondo: sono il “custode di mio fratello” e sono nato per prendermi cura del mio prossimo. La filosofia di Levinas divenne così per Asbjørn una risposta a Kafka. Sia in Kafka che in Lévinas si è portati fuori controllo, ma dove in Kafka si dà un obiettivo ma non si arriva, in Lévinas si dà una misura di altezza in faccia che indica la direzione. L'inquietudine metafisica di Kafka acquista così senso in Levinas. È ancora disagio, ma non è il disagio dell’arbitrio, bensì il disagio della responsabilità, che tuttavia a prima vista annuncia la pace. La filosofia di Levinas ha anche gettato una sorta di luce esplicativa sulla vita di Asbjørn. Per Asbjørn la sorpresa del riconoscimento nell'incontro con la filosofia e l'opera di Levinas è consistita non da ultimo nel fatto che gli è diventato evidente che la cosa più importante nella sua vita era sempre stata collegata ai volti e agli incontri.

Dagli altri

Per Asbjørn ciò che era importante in definitiva non veniva mai da lui stesso, ma sempre da fuori e da altrove, dagli altri. Non è quindi strano che il suo pensiero sia quasi inseparabile da quelli con cui ha pensato, dai pensatori e dai poeti che lo hanno impressionato in modo così travolgente. Allo stesso tempo, senza dubbio, in questa reattività verso gli altri, è diventato anche se stesso, per quanto debolmente credesse di essere incarnato e anche se era estraneo a qualsiasi idea di venire a patti con se stesso. Si intuiscono i contorni di un modo di pensare in cui l'incompiuto è più alto del finito, dove lasciare andare è più importante che spremere la conoscenza e la comprensione da tutte le cose, come era solito dire, e dove la considerazione in definitiva pensa meglio e più del pensiero. .

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